Uncharted 3: quando è lo script che comanda
Con il terzo capitolo della saga, le vicende dell’avventuriero raggiungono livelli di intensità, qualità e divertimento assolutamente di prim’ordine: recensione di uno dei baluardi del mondo dei videogiochi intesi principalmente come cinematograficità. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche il videoarticolo.
di Stefano Carnevali pubblicato il 18 Novembre 2011 nel canale VideogamesQuestione di legittima difesa
Come sempre, saranno molti i nemici a frapporsi tra Drake e i suoi obiettivi, con intenzioni tutt’altro che amichevoli.
Ecco allora l’inevitabile fase di combattimento, che può avvenire a mani nude o attraverso degli scontri a fuoco. Le scazzottate sono molto divertenti: salta all’occhio, da subito, l’importanza dello scenario. Infatti, quando Nathan sarà vicino a un oggetto sfruttabile - non appena l’utente schiaccerà ‘quadrato’, per tirare un pugno’ – lo afferrerà, utilizzandolo come strumento d’offesa. Questo restituirà combattimenti vari e spettacolari. Solidi anche nella loro ‘radice’, fatta di pugni, schivate e prese. Unico appunto: deputare le ‘evasioni’ sempre e solo al ‘Triangolo’, rende la difesa un po’ troppo semplice.
I conflitti a fuoco, invece, richiedono qualche riflessione in più. Anzitutto, l’arsenale. Uncharted 3 non è uno shooter, non fa delle armi da fuoco il proprio cuore, questo è chiaro. Gli strumenti d’offesa a disposizione di Drake and company, tuttavia, è vario e realistico. Il contesto è quello di milizie privata, guerriglieri, pseudo terroristi e avventurieri. Ecco allora la presenza di armi performanti ma non sofisticate. Gli onnipresenti AK-47, per esempio. Lanciarazzi di bassa lega, fucili a pompa, rudimentali fucili di precisione e un paio di altri mitragliatori. Con la presenza, anche, di una mitragliatrice leggera (credibilmente, ‘l’esotico’ PKM). L’arsenale messo disposizione del giocatore consente di variare l’approccio a ogni scontro, anche sfruttando il buon sistema di coperture e la complessità ‘multilivello’ degli scenari.
Colpisce l’IA dei nemici. Essi attaccano sempre in gruppi nutriti e ben coordinati. E’ sempre necessario cautelarsi, sfruttando lo scenario con consapevolezza e strategia. Posizionandosi bene, si può ‘ammirare’ il comportamento del nemico, che si gioverà dei molteplici percorsi offerti dai luoghi in cui si combatterà, provando audaci aggiramenti. In sostanza, non si sarà mai davvero al sicuro, perché il nemico potrà sorprenderci un po’ da ogni angolo. Certo, quando uscirà un videogioco che preveda la resa o la fuga dei nemici… Infatti, anche in Uncharted 3, i nostri avversari combatteranno tutti sino all’ultimo colpo. Nonostante noi si massacrino tutti i loro compagni. Solo nelle concitate situazioni finali (ma neanche troppo), qualcuno di loro cercherà di evitare lo scontro a fuoco con Nathan.
I comandi ‘di fuoco’ non sono agilissimi, soprattutto negli scontri a corto raggio. Certo, Uncharted non è uno shooter, ma si poteva fare qualcosa di più. Poco positivo anche il comportamento della IA amica, con i nostri compagni che – lungi dal coprirci le spalle – lasceranno ‘passare’ un po’ troppi nemici, facendoci sorprendere alle spalle.
Da segnalare anche la tremenda reattività delle guardie (capaci di individuarci anche a distanze siderali), che si accompagna a una mira non troppo precisa. Menzione di demerito anche per la poca agilità di Nathan nell’entrare e uscire dalle coperture.










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