Counter-Strike GO: perché i pro player giocano in 4:3

Counter-Strike GO: perché i pro player giocano in 4:3

Abbiamo fatto un viaggio nel mondo di Counter-Strike Global Offensive e degli eSport, alla ricerca delle migliori configurazioni usate dai pro player, delle impostazioni che permettono di avere vantaggi competitivi e di ciò che vuol dire eSport oggi, tra pubblico in crescita e sponsorizzazioni sempre più forti. Per aiutarci a districarci in questo articolato mondo abbiamo contattato Guglielmo Carraro, in arte "GUGLi", leader del team di CS GO di TeS Gaming, e Mauro Lucchetta, psicologo dello sport e dell'eSport.

di Dorin Gega, Rosario Grasso pubblicato il nel canale Videogames
 

Come si allena un team professionistico di CS: GO

Il gaming competitivo ha sicuramente anche delle importanti implicazioni psicologiche, in termini di eccessivo attaccamento e assuefazione. Ne abbiamo discusso già in un precedente articolo a proposito di psicologia e videogiochi, ma neanche in questo caso vogliamo mettere in piedi un articolo solamente celebrativo del fenomeno gaming competitivo, trascurando i fattori controproducenti.

Il gaming competitivo può essere alla lunga controproducente per la salute mentale dei giocatori che vi dedicano troppo tempo. Tra il fenomeno dello hikikomori e la possibilità di sopperire all'incapacità di sostenere la competitività sociale con la competitività tramite il videogioco mi sembra di poter dire che i rischi siano molto importanti. Anche alla luce del fatto che oggi molti dei pro player più bravi sono giovanissimi.

Aspetti mentali chiave per allenare un team professionsitico: Comunicazione, Ruoli, Debrief strategie ed errori, Riflessi, Gestione stress e rabbia
Su questi punti abbiamo richiesto il supporto di Mauro Lucchetta, psicologo dello sport e dell'eSport, che ci ha risposto così: "In base alla letteratura ti posso confermare che la correlazione con il ritiro sociale non è sicuramente un’associazione diretta, ma più probabilmente il risultato di concause. Di per sé il ritiro avviene quando l’individuo “decide” che il mondo là fuori non sia un luogo desiderabile. Che il Gaming (Online in questo caso) rappresenti il motivo del rifiuto, oppure una risorsa alternativa per mantenere contatti che altrimenti l’individuo non avrebbe per nulla, di fatto non è determinabile al 100%, dipende da persona e persona. Secondo la Gamification i teen vedono il mondo con le meccaniche del gioco, quindi se il mondo non le possiede, allora sarà meno interessante. Secondo le scienze sociali è la mancata interazione vis a vis e l’identità di gruppo a determinarlo. Secondo la Psicologia si tratta spesso di problemi relazionali che nascono dal gruppo di pari e sono amplificati dal nucleo genitoriale…"

"Ti dico quello che vedo nella realtà del mio lavoro: ci sono ragazzi che effettivamente giocano troppo. Che dedicano troppo tempo al media elettronico e poco o nulla a tutto il resto. Ce ne sono poi altri invece che lo stanno facendo diventare anche un lavoro, che non vedono l’ora della prossima lan per trovarsi con i propri teammates, che sono ricchi di contatti virtuali e reali, oltre ad essere portatori sani di tanto entusiasmo".

"Io personalmente cerco sempre di sviluppare in tutti l’idea del “cosa me ne farò di tutte queste ore spese e delle competenze apprese giocando?” e sono assolutamente convinto che solo una figura come lo Psicologo possa gestire la preparazione mentale di un player proprio alla luce delle problematiche insite nel media: se io vedo che qualcosa non quadra ho un’Etica Deontologica che mi impone di supportare la Persona, non più il proplayer".

"In effetti l’età precoce dei videogiocatori è un ulteriore fattore critico: in piena fase di sviluppo psicofisico possono anche risentire di problematiche che fino a 10 anni fa nemmeno si conoscevano: dai più tradizionali problemi alla vista e di messa a fuoco, ai giramenti e ai dolori di testa, fino ad arrivare ai disturbi da schiacciamento (persone che giocano anche 12-13 ore quasi sempre sulla stessa posizione). E questo lo può patire chiunque: sia che tu sia un campione, sia che tu sia un principiante".

Lucchetta allena abitualmente dei team di eSport professionistici, dove la componente psicologica è fondamentale per consentire ai giocatori di esprimersi al meglio e di sfruttare fino in fondo le proprie abilità. Potete trovare altre considerazioni e suggerimenti da parte di Lucchetta sul suo canale video.

"Comunicazione: per quanto sia scontato, per quanto sia palese, per quanto sia evidente… finisce sempre che la ragione dell’involuzione della coordinazione di un team sia sempre poi imputabile ad un calo drastico della qualità della comunicazione con i compagni", ci ha detto Lucchetta. "a) Sia da un punto di vista quantitativo: diminuisce la frequenza, rinuncio a farlo perché penso che che non serva; b) sia da quello qualitativo: il come dico le cose. E qui si apre una parentesi piuttosto lunga su quella che è definibile come la “voce delle emozioni” (esiste un libro a riguardo, Ciceri M. R.). Con i soli non verbale e paraverbale siamo in grado di fornire a chi ascolta la nostra intenzione comunicativa quasi all’80%, quindi il contenuto assume un valore quasi relativo! Immaginiamoci un match con i tuoi compagni che ti dicono: “devi crederci!” ma dal tono della loro voce trasuda la sfiducia più totale! Ecco questo disvelamento della forma della comunicazione e della sua intenzionalità è un lavoro a cui tutti i team dovrebbero dedicare tanto tempo. Ancor più che fare un sacco di scrim. La soluzione? Creare un linguaggio scriptato (non serve un codice, ma solo frasi “standard” per definire le azioni da intraprendere)".

"Ruoli: a volte sono manifesti (il Capitano) a volte no. Ma di ruoli sommersi ne esistono parecchi e sarebbe utile farli emergere: il leader emotivo, il creativo, lo stratega, il risolutore… Sono tutti attributi che non sempre rispecchiano i ruoli “espliciti”. Fate affiorare questi tratti!"

"Debrief strategie ed errori. Quale strategia seguirà in futuro il team a fronte degli errori compiuti in game? Cosa ne pensa ognuno di noi? Queste sono domande potenti e troppo spesso non utilizzate. E’ invece un elemento chiave la fase di debrief. Ok, magari farla a caldo può essere fastidiosa, ma decidere volontariamente che sarà un processo da effettuare alla fine di ogni torneo (online o lan che sia) rappresenta la via maestra per creare un team coeso, con idee condivise. Non sempre emergerà la migliore. Ma una scelta preconfezionata è sempre meglio di una non scelta: il team sarà più rapido, più organizzato, più efficiente. E nel caso avrà più tempo per ribaltare la strategia nel caso in cui dovesse risultare fallimentare nella messa in pratica".

"Riflessi: sapete che si possono migliorare, vero? Ho trovato diversi tool online che propongono training di questo tipo. Gli occhi sono supportati da diverse configurazioni di muscoli che li fanno muovere e, ovviamente, non sempre sono funzionali al 100%. Quindi il riflesso non nasce dalla semplice reattività su tastiera e mouse rispetto a ciò che vedi. Si deve perciò imparare ad allenare l’occhio, con esercizi mirati e specifici al solo scopo di ridurre le imprecisioni di puntamento che di base possiede".

"Gestione stress e rabbia: una mente arrabbiata, difficilmente è performante. Mi spiego meglio: la rabbia agonistica è in realtà elevata attivazione. E ci sta tutta. In alcuni è interiore, in altri è più esterna, ma di fatto non ha una connotazione autolesionista, quanto piuttosto è orientata verso il compito. Il vero problema è la rabbia abbinata alla frustrazione per un errore proprio, di un compagno, di un presunto (o effettivo) bug o a causa del fattore sfortuna. Badate bene, dico proprio sfortuna e non fortuna, poichè c’è un’evidente polarizzazione da parte dei player italiani (in quasi tutte le community) da un punto di vista mentale. Se io non “elaboro” questi fattori e semplicemente mi limito a gestirli durante i match, “sperando che vada tutto bene”… beh, sono un pessimo player. Non si può lasciare nulla al caso. Se vuoi essere un vero Pro, competitivo a livello mondiale, devi lavorare come un pro. Una forte rabbia, manifestata con atteggiamenti disfunzionali è il precursore del tilt (choking è il termine che si usa preferire nel settore della preparazione mentale ). Non è necessario essere gelidi e freddi, quanto piuttosto padroni delle emozioni. Riconoscere quando sto per esagerare e fare un passo verso il proprio controllo. Questo si ottiene attraverso la respirazione e il rilassamento, attività da sviluppare nelle settimane (mesi, anni) precedenti ai match. In realtà il rilassamento, quando “masterizzato” è un qualcosa che puoi fare in poco tempo, in 3 respiri, quindi anche fra un match e l’altro. Nel caso di CS abbiamo anche un momento più lungo, a metà gioco, dove è sicuramente possibile strutturare qualcosa di più elaborato. E poi ovviamente, ogni volta che subisci una kill hai la possibilità di farlo".

La chiave dietro le vittorie dei ragazzi del team Astralis potrebbe non riguardare solamente le loro skill, ma anche la mente psicologica che sta dietro al team, Mia Stellberg
Nelle pagine successive parleremo a più riprese del team danese Astralis, in questo momento il team di Counter-Strike Global Offensive più vincente. La chiave dietro le vittorie di questi ragazzi potrebbe non riguardare solamente le loro skill, ma anche la mente psicologica che sta dietro al team, come viene efficacemente raccontato in questo video di Mashable. Mia Stellberg è una psicologa dello sport come Mauro Lucchetta. Lei, che è anche molto carina, proviene dalla Finlandia: nel video spiega come è riuscita ad aiutare i ragazzi di Astralis. "Il lavoro per il Team Astralis è il lavoro dei sogni per me", sono le parole della Stellberg. "Prima abbiamo lavorato sullo spirito di squadra, poi ho fatto un lavoro individuale su ciascuno di loro. Ogni membro del team ha dei punti di forza e di debolezza. Loro migliorano costantemente giorno per giorno, quindi come psicologo devi essere in grado di adattarti continuamente a questi cambiamenti. I giocatori di eSport vanno considerati come degli atleti normali, quindi devono rispettare un certo stile di vita e devono allenare il fisico oltre che la mente, fare jogging e andare in palestra. Ed è molto importante anche l'alimentazione".

Su questi temi abbiamo poi coinvolto anche GUGLi: "Tutto dipende dal gruppo sociale fuori dal gioco. Io ho la fortuna di andare in vacanza e passare molto del mio tempo con gente che ho conosciuto attraverso il videogioco e con cui mi trovo molto bene. Non solo questo ma i miei amici di liceo e del paese dove vivo mi hanno sempre seguito e ho sempre cercato di tenere buoni i rapporti. Alla fine bisogna trovare il giusto bilancio tra vita sociale, gioco e lavoro o scuola. Io ci sono riuscito, altri no, però una vita sociale al di fuori del gioco aiuta anche a migliorare se stessi all'interno della squadra."

Ci sono molte periferiche di gioco che forniscono vantaggi competitivi nei match più serrati. E allo stesso tempo sappiamo come i giocatori accaniti scarichino la responsabilità delle proprie defaillance a fattori esterni rispetto alla propria bravura, come appunto una tastiera o un mouse poco reattivi o il lag della connessione a internet. Dal punto di vista psicologico, quanto è importante avere meno elementi possibile a cui potersi appigliare per "giustificare" la sconfitta?

"Ti farà piacere sapere che esiste un questionario in psicologia dello sport per valutare proprio l’influenza del fattore fortuna/sfortuna… E che lo uso anche con i player!" dice Lucchetta. "Per esperienza ti posso dire che non esiste player che non utilizzi una qualche forma difensiva legata alla componentistica e alle condizioni del match (tastiera, mouse, cuffie, microfono, pad, monitor, sedia, altezze, illuminazione, etc…)".

"Tutto ciò serve sia per mantenere intatto il proprio livello di autoefficacia veicolando i problemi verso l’esterno, sia per gestire ed elaborare le emozioni negative presenti nella sconfitta: rabbia, delusione, frustrazione, tristezza".

"Chiaramente la customizzazione fa ormai parte della cultura del competitive (e non solo) ed è innegabile che più si riescano a creare interfacce con una migliore disposizione di tasti, elevata risposta ed ergonomia al tatto, più i tempi di reazione si accorceranno. Però, a mio parere, queste differenze sono percepibili solo dai top player, cioè i giocatori che si trovano ad un livello altissimo e sono quindi in grado di sentire queste diversità. Ad eccezione del lag: quello lo sentono un po’ tutti quando si presenta".

"Se faccio parte di un team che ambisce a competere a livello internazionale dovrò cercare di ridurre al minimo ogni elemento disturbante ove possibile: il nostro cervello non può permettersi di elaborare informazioni inutili e fastidiose durante i match, questo comporta la perdita del focus e della concentrazione, tanto cara e indispensabile nel gaming.

C’è poi quella forma di autosabotaggio (inconscia) per cui anche a fronte di un problema tecnico ormai conosciuto, il giocatore tenderà a mantenere quella configurazione svantaggiosa: “finchè avrò questo problema potrò sempre "sfruttarlo" per giustificare le sconfitte”. E’ la famosa “profezia che si autoavvera” e mi è capitata di riscontrarla spesso in giocatori con bassi punteggi di autostima".

"Un Pro mentalmente “efficace” ha compreso che tutto questo non può far parte del suo bagaglio competitivo. Anzi, la sua ricerca dei migliori prodotti, nasce dallo spirito critico costruttivo che ha verso se stesso: se avrò i migliori mezzi potrò più facilmente comprendere, con un approccio oggettivo, quali sono i miei limiti e fronteggiarli il prima possibile. Il non-pro, invece, preferisce vivere dell’illusione di poter essere bravo, piuttosto che verificarlo concretamente".

 
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