Dragon Age II: Garret Hawke, ovvero soggetto e sceneggiatura

Dragon Age II: Garret Hawke, ovvero soggetto e sceneggiatura

Nel seguito di Dragon Age il giocatore impersona lo Spartano Hawke, del quale può personalizzare classe, genere e sembianze estetiche. Provate versioni PC e XBox 360.

di Antonio Rauccio, Jonathan Russo pubblicato il nel canale Videogames
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Introduzione

E’ passato poco più di un anno dalla release di Dragon Age: Origins, l’rpg con cui Bioware ha dimostrato che si possono ancora fare giochi di ruolo come si facevano dieci anni fa: profondi, ramificati, conditi da personaggi talmente affascinanti da suscitare vere emozioni nel giocatore. Poco più di un anno per sviluppare il seguito di un gioco che è stato in lavorazione per oltre cinque: le prime immagini di Origins vennero presentate all’E3 del 2004.

La velocità con cui questo secondo capitolo della nuova saga Bioware è stato messo sugli scaffali da un lato viene incontro all’esigenza dei giocatori di sapere “cosa è successo dopo” il sorprendente finale di Dao; dall’altro non manca di avere notevoli ripercussioni sulla qualità generale del titolo, che pur mantenendo una longevità di tutto rispetto (circa 40-45 ore contando anche le missioni secondarie) mostra lacune su diversi fronti.

La prima novità di questo secondo capitolo è la tanto discussa ‘rivoluzione’ del sistema di combattimento, ampiamente pubblicizzata in fase di sviluppo da parte di Bioware. L’intenzione dei programmatori era di svecchiare il gameplay consegnando un titolo dove i combattimenti fossero più spettacolari e rapidi, spostandosi un po’ dalle vecchie logiche dei giochi di ruolo per venire incontro agli action game.

In molti, a fronte di queste dichiarazioni nei mesi scorsi, hanno subito pensato che l’intenzione fosse quella di far aderire in qualche modo il gameplay di Dragon Age a quello di Mass Effect, prendendo in prestito la formula dell’action game con componenti rpg. L’operazione è riuscita però a metà, perché nonostante gli annunci il sistema di combattimento di Da2 non è poi troppo diverso da quello del predecessore: a cambiare sono sostanzialmente le animazioni, effettivamente più dinamiche e d’impatto, e lo spessore delle meccaniche, che sono state tranciate di netto abbassando di molto la componente tattica degli scontri.

Un’operazione simile è stata fatta con il sistema di dialoghi: addio alla profondità e alle scelte di Dao, anche qui si è cercato di ricalcare il modello Mass Effect 2, con una “ruota” di opzioni da cui scegliere la risposta “buona”, quella “neutrale” e quella “cattiva”, e sulla sinistra la possibilità di fare domande specifiche su certi argomenti (e come in Mass Effect preparatevi al solito, annoso problema: scegliete un’opzione ma il vostro personaggio dice qualcosa che non vi aspettavate minimamente).

Anche il numero netto di dialoghi nel corso del gioco è stato drasticamente ridotto, cosa che farà la felicità di chi non vuole perdersi in chiacchiere e preferisce l’azione, ma che non potrà non amareggiare chi voleva rivivere l’esperienza di gioco di ruolo ‘old style’, alla Baldur’s Gate o Planescape: Torment, fatta di dialoghi lunghi e complessi con il maggior numero di npc possibile.

A fronte di questi cambiamenti, Dragon Age 2 porta sugli schermi una storia completamente nuova, con personaggi e ambientazioni slegati da Origins, anche se va precisato che purtroppo in questo secondo capitolo non c’è praticamente nessun riferimento alla fine del precedente, esclusa una comparsata di Flemeth. Chi vuole sapere cosa ne è stato di Morrigan e dell’eroe di Ferelden a quanto pare dovrà aspettare come minimo il terzo capitolo.

 
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