Gray Matter: Jane Jensen e il ritorno alle avventure grafiche

Gray Matter: Jane Jensen e il ritorno alle avventure grafiche

A dodici anni dal suo ultimo capolavoro, Jane Jensen torna finalmente con una nuova avventura grafica. Sono passati i tempi della Sierra e di Gabriel Knight, la splendida trilogia firmata proprio da Jensen negli anni ’90, e questo nuovo progetto cerca di mischiare l’antico e il nuovo proponendo un sistema di gioco ormai destinato solo agli appassionati a una nuova storia e dei nuovi personaggi.

di Jonathan Russo pubblicato il nel canale Videogames
 

Tecnicamente

La grafica di Gray Matter è volutamente e apertamente retrò, con personaggi 3d su sfondo 2d. Mentre i personaggi non sono particolarmente dettagliati e i volti che appaiono nei riquadri di dialogo sono piuttosto scarni, la grafica 2d è molto piacevole e in alcuni casi davvero ammirevole.

Tenendo conto del difficile sviluppo di Gray Matter, che non godeva di ampio budget e per di più in fase di realizzazione è passato da uno sviluppatore all’altro subendo in totale 7 anni di ritardi, fa un po’ impressione constatare che l’aspetto tecnico del gioco è proprio quello meno passibile di critiche. Certo su questo aspetto Gray Matter non può competere con alcun altro gioco uscito negli ultimi 12 mesi, ma dal punto di vista grafico e sonoro il titolo fa egregiamente il suo lavoro, e in definitiva è più sull’aspetto delle idee che il terreno tende a cedere, a cominciare dalla storia e dai vari accorgimenti atti a semplificare fin troppo il livello di sfida.

Sul piano grafico quello che risulta davvero poco convincente è lo stratagemma usato per le cutscenes, evidentemente al fine di giocare al risparmio: tra un capitolo e l’altro la storia verrà raccontata tramite fumetti, senza animazioni, con uno stile visivo piuttosto scialbo ma soprattutto con alcune immagini davvero confusionarie che non mostrano con chiarezza cosa succede – questo vale in particolare per l’introduzione del gioco che risulta quasi incomprensibile.

Buone le musiche, composte da Robert Holmes, che accompagnano la storia senza risultare mai intrusive o fastidiose, e buono anche il doppiaggio dei personaggi, anche se forse si è scelto di calcare un po’ troppo la mano sulla diversità degli accenti (in particolare scozzese e britannico: scelta non strana considerando che il gioco è ambientato a Oxford).

L’unico vero problema tecnico riscontrato nel corso del gioco è dato dalla sovrapposizione della protagonista all’ambiente, che a volte, nel corso dei movimenti, causa qualche rallentamento: ad esempio cliccando su una porta per far uscire Samantha di casa, il personaggio anziché muoversi subito fa un giro di 90 gradi come se avesse di fronte un muro invisibile.

 
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