Perché Breath of the Wild è uno dei migliori Zelda di sempre

Perché Breath of the Wild è uno dei migliori Zelda di sempre

Dopo aver completato il lunghissimo nuovo gioco per Nintendo Switch e Wii U, Stefano, grande esperto della serie, ci racconta tutto sui giochi con Link, ci svela i retroscena e ci fornisce la sua prospettiva su come la serie è cambiata nel corso del tempo.

di Stefano Carnevali pubblicato il nel canale Videogames
NintendoSwitchWii U
 

Timori…

Anche il sottoscritto, come prevedibile, mordeva il freno nell’attesa di poter mettere le mani sul diciottesimo capitolo della saga.

Pur essendo Incuriosito dalle caratteristiche uniche di Swtich, avevo dei timori legati alle prestazioni della nuova console della grande N e avevo paura che essa potesse rivelarsi solo un ‘particolare’ party-game. Tutte le mie incertezze, però, sono state fugate nel momento in cui c’è stata la certezza che, al day one, Switch sarebbe stato accompagnato da The Legend Of Zelda: Breath of The Wild. Non vedevo l’ora.

Il trend dell’industria videoludica, negli ultimi anni, sta puntando con forza sugli open world
Nonostante la grande voglia di avere tra le mani una nuova avventura di Link, tra me e me, avevo ancora qualche perplessità: Skyward Sword mi aveva lasciato con l’amaro in bocca e, come se ciò non bastasse, c’era lo spauracchio dell’open world.

Ora - come i lettori più assidui sapranno - io sono tendenzialmente un detrattore del concetto di mondo aperto, sandbox, free roaming e così via. Intendiamoci: avere un mondo di gioco ampio e strutturato non mi infastidisce, ma non posso accettare che questi giganteschi ‘sfondi’ restino sempre e soltanto tali. Scenografie poco credibili, poco partecipi, incapaci di evolvere e tremendamente dispersive.

Il trend dell’industria videoludica, negli ultimi anni, sta puntando con forza sugli open world. I giocatori sembrano gradire arene vaste, dove trascorrere molte ore ‘di contorno’ rispetto alle main quest che il gioco offre. Pur di avere universi del genere, sono in grado di sacrificare la qualità dei concetti ‘chiave’ del gioco e il livello di sfida: troppo spesso, infatti, la creazione di open world sterminati - con tutte le loro variabili -, finisce per impoverire la ‘nuce’ ludica del videogioco, che così risulta un miscuglio di generi e attività, senza eccellere in alcun comparto.

Altro prezzo da pagare, poi, è quello di un livello di sfida ridotto all’osso: ci sono così tante cose da fare, in alcuni mastodontici open world, che rendere anche queste attività impegnative sarebbe letale per le possibilità dei giocatori! Troppo di frequente, infine, non si viene ripagati a dovere per queste rinunce: abbiamo tutti in mete uno, due o tre titoli in cui ci si muove per mondi tanto grandi quanto vuoti, sbrigando dozzine di sottomissioni uguali tra loro (per lo più ‘da fattorino’).

La deriva open world ha recentemente colpito un’altra delle saghe a me più care: Metal Gear Solid. Phantom Pain, infatti, pur proponendo uno dei modelli stealth meglio realizzati dell’intera serie, è per me risultato un indigesto ‘carrozzone’ di missioni secondarie inutili, ripetitive e fini a sé stesse, condite da ‘obblighi’ gestionali tediosi e eccessivamente articolati. Tutto questo ha avuto la grave conseguenza di far perdere di vista il discorso narrativo, da sempre cuore dell’esperienza MGS.

Il timore con cui mi sono approcciato a BOTW era quindi ben giustificato. Ma ancor più giustificato sarà, come vedremo, il dover fugare ogni timore!

 
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