Videogiochi, quale impatto sul cervello?

Videogiochi, quale impatto sul cervello?

Abbiamo coinvolto tre psicologi professionisti in un'indagine a proposito dell'impatto che i videogiochi hanno sul cervello dell'essere umano. Passando in rassegna gli studi che sono stati fatti fino a oggi, cerchiamo di capire i benefici, ma ovviamente andiamo alla ricerca anche dei fattori controproducenti, andando ad indagare il problema della dipendenza. C'è una differenza tra titoli emotivi e competitivi? È una delle domande che abbiamo posto a Giuseppe Riva, Docente di Psicologia della Comunicazione dell'Università Cattolica di Milano; a Luca Mazzucchelli, Vice Presidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia; e a Mauro Lucchetta, Psicologo Clinico dello Sport e delle Nuove Tecnologie.

di Rosario Grasso pubblicato il nel canale Videogames
 

Realtà virtuale

Se nelle pagine precedenti abbiamo parlato di realtà virtuale come fattore controproducente e alla base di possibile insorgenza di dipendenza, qui vediamo come la realtà virtuale può essere usata in psicologia per aiutare le persone a superare blocchi e paure. Nella fattispecie questa chiacchierata tra Luca Mazzucchelli e Giuseppe Riva può chiarirci le idee sul tema.

"Lo psicologo lavora sulla relazione, quindi utilizza fondamentalmente la sua capacità empatica per cercare di aiutare il paziente in un processo di comunicazione prevalentemente faccia a faccia", dice Riva nel video. "Ma le cose stanno cambiando e oggi la maggior parte dei miei studenti ha relazioni con gli altri più attraverso le tecnologie che attraverso il faccia a faccia. Lo psicologo quindi non può più negare che oggi la relazione è sempre di più spostata verso la dimensione tecnologica".

"Se uno psicologo vuole aiutare un ragazzo che ha problemi di dipendenza da internet o che ha incapacità di espressione o gestione emotiva deve innanzitutto capire cosa cambia nella comunicazione con le nuove tecnologie. Ma allo stesso tempo le nuove tecnologie possono anche aiutare nel processo di cambiamento".

Ma il punto è il cambiamento virtuoso che può essere innescato dalla realtà virtuale. È vero che la realtà virtuale ci permette di cambiare anche nel reale? Ecco cosa risponde Giuseppe Riva: "Il modo più semplice con cui viene utilizzata la realtà virtuale riguarda la riproduzione del reale, cioè riprodurre situazioni che possono rappresentare elementi problematici per il paziente. Così come per imparare a volare il pilota usa il simulatore di volo, così come per imparare a guidare si può usare il simulatore di guida, con la realtà virtuale posso simulare una serie di situazioni e imparare ad affrontarle".

"Una gran parte dei problemi che gli psicologi affrontano sono legati allo spettro dell'ansia. Ciò che in questo settore specifico la realtà virtuale offre di competitivo è la possibilità di riprodurre situazioni graduate, il che non è così semplice nella vita reale". Riva fa a tal proposito l'esempio del cane: per risolvere il problema della paura verso i cani non si può certo mettere il soggetto insieme a un cane rabbioso dentro una gabbia. Invece, questa situazione, come molte altre, può essere ricreata con l'ausilio della virtualità. Insomma, la realtà virtuale consente di superare dei problemi di gestione e di ottenere in egual modo dei risultati decisamente competitivi, attraverso simulazioni molto realistiche.

"La realtà virtuale si traduce in una simulazione di vita", continua Riva. "Una simulazione di relazioni attraverso le quali si impara progressivamente a gestire le competenze che tipicamente sono chiamate soft skill, ovvero la capacità di esprimere e riconoscere emozioni, così come la capacità di comunicare e di gestire e attivare relazioni".

"La realtà virtuale può essere usata da un comportamentista così come da uno psicanalista", rimarca ancora Riva che sottolinea come la realtà virtuale non impedisce ai professionisti di usare parallelamente anche i protocolli tradizionali. La realtà virtuale rappresenta uno stimolo, a cui deve seguire una fase di analisi delle risposte che viene fatta in base al background teorico del comportamentista/psicanalista.

"L'importante è capire che il reale è reale e il virtuale è virtuale. Pur essendo connessi e avendo un interscambio forte, il virtuale offre una serie di caratteristiche, di regole, di opportunità e di problemi che non corrisponde a quella del reale", conclude il Professore. "Bisogna però essere consapevoli che il virtuale non è reale. Se voglio fare delle cose che solo il reale mi offre devo necessariamente usare il reale".

 
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