Metal Gear Solid V: il lascito emotivo e culturale di Hideo Kojima

Metal Gear Solid V: il lascito emotivo e culturale di Hideo Kojima

Recensire un gioco immenso come Metal Gear Solid V non è certo facile. Anche perché non è immenso solo dal punto di vista della longevità. Ci abbiamo provato con una recensione di 7 pagine, un video, confronti qualitativi vari, benchmark, un filmato di gioco di 30 minuti e oltre registrato a 60fps e altro ancora.

di Rosario Grasso pubblicato il nel canale Videogames
Halifax
 

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Recensire un gioco come Metal Gear Solid V The Phantom Pain è difficile sotto diversi profili. Non solo perché serve tantissimo tempo per completarlo, ma soprattutto perché è doveroso capire lo stile cinematografico, e non solo, dello straordinario autore che l'ha concepito. E, ancor di più, per andare a individuare tutti i rimandi culturali che vengono fatti. Insomma, se il gioco venne presentato tramite uno studio fittizio di nome Moby Dick Studios (parlo del filmato mostrato agli Spike Vga 2012) non è un caso, anzi.

In realtà la storia di The Phantom Pain è un continuo rimando a Moby Dick, il romanzo di Herman Melville del 1851 considerato come uno dei capolavori della letteratura americana. Se Moby Dick è la storia del capitano di una baleniera ossessionato dalla vendetta contro la balena che l'ha sfigurato e l'ha privato di una gamba, The Phantom Pain è l'anello mancante della storia di Metal Gear Solid che racconta come la vendetta contro il sistema, e un personaggio in particolare, Skull Face, abbia trasformato un protagonista storico della serie come Big Boss da buono a cattivo. Ma alle corrispondenze tra Moby Dick e The Phantom Pain dedicheremo un contenuto a parte.

[HWUVIDEO="1906"]Metal Gear Solid V giocato in diretta[/HWUVIDEO]

Non solo c'è una rete di citazioni e rimandi alla sfera culturale che semplicemente non esiste in altri videogiochi, ma The Phantom Pain rimarrà nella storia anche perché è l'esaltazione massima dello stile narrativo di Hideo Kojima, iscritta finalmente in una struttura di gameplay finalmente sensata, oltre che un tributo assolutamente sentito alla storia dei videogiochi e alla storia di Metal Gear. Kojima sfoggia ancora il suo stile di ripresa nervoso, con movimenti della telecamera che intendono rimandare al mondo reale e con riferimenti anche alla sfera documentaristica, e ripropone suoni, inquadrature, movenze e dialoghi a cui gli appassionati hanno già assistito in passato. Spetta a loro, così come al recensore di turno, decriptare tutto, e sviscerare il vero senso della produzione per consegnare alla storia dei videogiochi il reale valore di quest'opera.

Kojima partiva da Guns of the Patriots, quello che rimane ancora oggi come uno dei migliori esponenti in assoluto nel mondo dei videogiochi in termini di narrazione videoludica. Ma, per raggiungere tali risultati sul piano del racconto, il maestro era portato a sacrificare fortemente il gameplay. Cosa ampiamente segnalata a Kojima che, a partire da quelle critiche, ha ideato e costruito la struttura di base di The Phantom Pain. Innanzitutto ha realizzato un nuovo motore grafico che potesse gettare le basi per una forte rivisitazione del gameplay e dare più respiro alle azioni del giocatore, immergendole in mondi di gioco open world, decisamente più ampi rispetto a quelli di Guns of the Patriots.

Poi ha portato alle massime conseguenze l'azione e la tattica stealth. The Phantom Pain, dal punto di vista del gameplay, esalta il concetto di stealth, offrendo al giocatore allo stesso tempo la possibilità di agire in maniera precisa e con grandissima libertà. Le potenzialità stealth dei protagonisti, inoltre, sono basate su un ulteriore strato gestionale, visto che bisogna organizzare e potenziare una Mother Base che conferisce funzionalità tattiche aggiuntive ai personaggi che si impersonano sul campo di battaglia.

Insomma, The Phantom Pain è soprattutto gameplay, e anzi la parte narrativa, incredibilmente se si pensa alla mente che ha partorito il progetto, è limitata, soprattutto nella prima parte del gioco. Questo non vuol dire che la storia sia poco presente o poco significativa, e non vuol dire che non ci siano rimandi importanti che rendono The Phantom Pain un gioco dal grande significato culturale (probabilmente l'unico a questi livelli prima d'ora era BioShock Infinite), anzi in certi momenti il nuovo Metal Gear è commovente, disturbante e spiazzante come lo era Guns of the Patriots. Semplicemente, Kojima ha voluto sfidare i suoi fan e dimostrare loro che se si chiede gameplay, allora si riceve gameplay.

Come da tradizione per la serie, Metal Gear Solid V The Phantom Pain è ancora una riflessione filosofica e psicologica sui temi del warfare. Kojima porta avanti la sua esplorazione dei temi maturi correlati al conflitto e all'utilizzo di uomini come strumenti di distruzione durante la guerra. I personaggi dei Metal Gear si trovano in mezzo ai grossi interessi politici di Usa e Urss: prima in balìa degli eventi, poi acquisiscono una loro indipendenza e assurgono allo stesso livello di potere che hanno le grandi potenze militari. Ma sarà un percorso tutt'altro che semplice.

 
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