Sacred 3: Requiem per un Action RPG

Sacred 3: Requiem per un Action RPG

Eccovi la recensione di Gamemag di Sacred 3, il capitolo della nota serie che applica una considerevole inversione di tendenza rispetto alle classiche meccaniche di gioco di Sacred.

di Antonio Rauccio pubblicato il nel canale Videogames
 

La sfida di Sacred

In quel tempo, Diablo regnava indiscusso. La sua seconda incarnazione aveva scolpito nella pietra i canoni di un genere videoludico che aveva saputo conquistare il cuore di molti appassionati, proponendo un ibrido tra azione e gioco di ruolo, immediatezza e profondità, divertimento e complessità. Chi avrebbe osato sfidare un colosso di quella portata?

La possibilità di seguire lo stesso percorso verso il successo spinse alcuni a lanciare il guanto di sfida, ma non tutti ressero il confronto. Tra tanti insorti, se ne distinse uno, ancora vivido nei miei ricordi. Arrivava da una terra lontana e si chiamava Sacred: fu l'unico a mostrare che era possibile competere con il masterpiece di Blizzard, e anche se non riuscì a raggiungerne i vertici, seppe comunque lasciare una traccia. La varietà di missioni, la possibilità di utilizzare cavalcature per spostarsi più rapidamente, una confezione tecnica all'altezza e un minimo di supporto mediatico (ne ricordo la pubblicità televisiva, non molto comune all'epoca per i videogiochi) riuscirono ad attribuire a Sacred un discreto successo.

Nel lungo periodo di silenzio intercorso tra il secondo e terzo capitolo della saga Blizzard, il vuoto affettivo per gli appassionati del genere degli action RPG poteva rappresentare l'occasione per la consacrazione definitiva di Sacred. Quando però sulla scena videoludica fece la sua comparsa il sequel firmato ancora da Ascaron, fu evidente che l'affermazione della serie avrebbe dovuto aspettare. Pur assai dignitoso, il secondo capitolo non convinse del tutto per diversi fattori, sia intrinsechi alla produzione, sia estrinsechi.

Tra i difetti del titolo, la scarsa cura riservata alla narrazione, che non riusciva a coinvolgere il giocatore, la frammentarietà delle missioni, che a dispetto di un numero spropositato di quest, non davano alcun valore aggiunto alla trama (recuperare un peluche in una caverna non è propriamente una missione che ci aspetta da un titolo epico) ed infine, il pur sontuoso comparto tecnico era scarsamente ottimizzato, eccessivamente esoso in termini di risorse e pieno di bug e problemi. C'erano comunque anche fattori esterni che avevano influenzato il sequel: la concorrenza più agguerrita (titoli interessanti come Titan Quest avevano performato meglio) e il temporaneo declino dell'interesse del pubblico verso il genere, che sembrava ripiegarsi su se stesso in infinite repliche, senza offrire qualcosa di innovativo.

È giunta l'ora di Sacred 3, e ho vissuto l'annuncio prima con entusiasmo, poi con timoroso sospetto. Entusiasmo perché la tempistica è perfetta: Diablo III ha riacceso l'interesse e riportato in auge il genere videoludico, e ora più che in passato la possibilità di competere ad armi pari con la saga di Blizzard è a portata di mano, ed è dimostrato da titoli che hanno saputo ritagliarsi un proprio spazio nel panorama, penso ad esempio a Torchlight e Path of Exile.

Dunque l'annuncio della terza iterazione di uno dei titoli che più di altri aveva saputo rivaleggiare con l'archetipo del genere aveva acceso in me speranze di vedere finalmente la luce del capolavoro su questa interessante serie. E poi l'entusiasmo si è spento: Ascaron, software house dei primi due capitoli, è stata messa alla porta dal produttore Deep Silver, e la genesi di questo nuovo titolo è stata affidata al team Keen Games, che prima aveva lavorato solo su titoli console. L'uscita poi di un titolo scialbo come Sacred Citadel, beat 'em up a scorrimento orizzontale, aveva fatto nascere in me più di un sospetto sul destino di questa saga.

 
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