Paola Antonelli: vi spiego perché ho portato Pac-Man al MoMA di New York

Paola Antonelli: vi spiego perché ho portato Pac-Man al MoMA di New York

L'articolo include l'intervista a Paola Antonelli, Senior Curator del Museum of Modern Art di New York. La Antonelli ha portato i videogiochi all'interno delle collezioni del MoMA e quindi abbiamo colto l'occasione per parlare con lei di arte e videogiochi, di violenza nei videogiochi e di “interactive design”.

di Rosario Grasso, Alessandro Oteri pubblicato il nel canale Videogames
 

PacMan morde la grande mela

È capitata l’occasione di visitare il Museum of Modern Art (MoMA) di New York e con grande piacere ho scoperto che nella sezione dedicata al design era presente un’esposizione di videogame, più precisamente videogiochi vintage. In seguito alla visita abbiamo deciso in redazione di scoprire di più su questa mostra. Dopo aver fatto indagini su internet abbiamo scoperto con piacere che la curatrice di questa installazione era l’italiana Paola Antonelli.

Sarda di nascita, dopo essersi laureata in Architettura al Politecnico di Milano è dal 1994 un membro del noto museo nella “grande mela” fino ad essere oggi un “Senior Curator”.

Per chi volesse saperne ancora di più sul sito del TED è presente un intervento della stessa Antonelli che spiega perché ha voluto portare i videogames al MOMA (riportiamo il video alla terza pagina di questo articolo).

Con il procedere delle nostre ricerche ci siamo resi conti che in partenza ci eravamo creati un pre-concetto di base. Il fatto che i videogiochi fossero stati esposti in un museo non voleva essere un modo per consacrarli come “arte”. Poco dopo vedendo e rivedendo alcune interviste di Paola Antonelli abbiamo preso consapevolezza di quale fosse la vera visione che i curatori del MoMA avevano del videogame.

A quel punto però la voglia di poter comprende a pieno questo “evento” ci ha portati a chiedere e ottenere un’intervista a Paola Antonelli, che potrete leggere in questo stesso articolo.

Tutto questo ci ha portato a prendere coscienza del fatto che i videogiochi possono essere visti anche secondo altri punti di vista.

In particolare il MoMA ha deciso di inserirli come puro esempio di “interactive design”. La lettura quindi di questa mostra esula da quelle che possono essere le aspettative di un videogiocatore.

Gli elementi più importanti che hanno portato il noto museo a inserire una mostra permanente con dei videogiochi è la loro forte componente di design: se avrete infatti l’occasione di visitare la sala scoprirete che non sono presenti cabinati o console retro in mostra. Il fulcro della mostra è l’interazione offerta del videogioco.

Un altro elemento che abbiamo scoperto è che per i curatori della mostra non è importante soltanto la bellezza del risultato finale, come la Antonelli spiega più volte loro ritengono importante anche il codice con cui vengono creati i videogame.

L’obiettivo nel prossimo futuro è infatti quello di poter acquisire il codice sorgente in modo da poterlo preservare per i posteri.

Non poteva mancare una riflessione sulla violenza nei videogiochi. Parlando con la Antonelli abbiamo capito che il museo non è interessato al momento ad esporre videogame che nell’interazione abbiano della violenza gratuita. Come potrete leggere nell’intervista la motivazione è totalmente differente da quella che abbiamo sentito ripetere più volte ed è strettamente collegata a quello che il design rappresenta all’interno di una mostra.

Volendo concludere questa prefazione all’intervista ci teniamo a porre il lettore quindi nella giusta prospettiva.

In questi mesi molti hanno criticato il museo newyorkese definendo quasi oltraggioso che i videogiochi vengano esposti a poca distanza da Picasso o Kandisky. Molti hanno ripetuto “il videogame non è arte”.

La chiave di lettura, e prendiamo in prestito le parole della stessa Antonelli, è che i videogiochi sono “Una grande forma di design” e “Io cerco buon design e se la gente vuol decidere che è arte non è una cosa che mi interessa particolarmente”.

 
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