Daylight, il primo gioco (indie) con Unreal Engine 4

Daylight, il primo gioco (indie) con Unreal Engine 4

Il titolo indipendente di Zombie Studios offre una grafica basata su Unreal Engine 4, la nuova tecnologia Epic che segnerà definitivamente l'ingresso nella prossima generazione di videogiochi. Tuttavia, e lo diciamo subito, non bisogna attendersi da questo gioco chissà quali meraviglie sul piano grafico. È comunque una buona occasione per analizzare un titolo molto coinvolgente, capace di incutere tanta paura al giocatore, e le tecnologie NVIDIA utilizzate da Zombie.

di Rosario Grasso pubblicato il nel canale Videogames
NVIDIAEpic
 

Unreal Engine 4

Daylight passerà agli annali per l'impiego dell'Unreal Engine 4. Proprio perché è il primo prodotto commerciale in assoluto a utilizzarlo, pur rimanendo un titolo indipendente costruito con un budget piuttosto risicato. Offre dei mondi di gioco coinvolgenti, ampi e profondi, ma poco più, non sfruttando certamente appieno la nuova tecnologia allestita da Tim Sweeney e soci. Texture poco rifinite, scarsa densità poligonale e una certa ripetitività negli ambienti di gioco, insomma, rendono ben evidente come si tratti di un progetto comunque piuttosto piccolo.

[HWUVIDEO="1559"]Daylight Live Gameplay: Inside the Game[/HWUVIDEO]

Ma non per questo da scartare a priori, anzi Daylight si rivela un gioco molto coinvolgente, capace di impaurire anche il giocatore più insensibile. Il focus è posto sull'esplorazione di ambienti di gioco bui come non mai, con la protagonista che si sposta di stanza in stanza alla ricerca delle chiavi che le consentono di proseguire. La generazione procedurale degli ambienti conferisce una certa rigiocabilità a Daylight che, altrimenti, dura solamente tre ore.

Daylight si svolge in un ospedale abbandonato, mentre la protagonista, Sarah Gwynn, completamente avvolta nel buio, dispone solo della modalità torcia del suo smartphone per farsi luce. Inoltre, sullo smartphone, che Sarah tiene sempre davanti a sé, si può vedere la mappa di gioco, che acquisisce dettagli man mano che si procede nell'esplorazione, e che si rivelerà l'unica arma per Sarah per orientarsi all'interno del labirintico mondo di gioco.

La storia di Daylight, inoltre, è scritta da Jessica Chobot, una personalità del mondo dei videogiochi d'oltreoceano, visto che collabora con diverse testate. La Chabot offre anche la voce al personaggio protagonista di Daylight. La parte tecnica, inoltre, è di competenza del già citato Zombie Studios, una software house esperta e longeva che, tra gli altri, ha realizzato Blacklight: Retribution, ZPC, Saw e i giochi della serie Spec Ops.

Daylight, poi, è purtroppo limitato dalle scarse opportunità di interazione concesse al giocatore. Al suo interno, infatti, si trovano solo di due tipi di oggetti: le barre luminose e i bengala. Le prime consentono di far un po' di luce in più all'interno delle location di gioco ed esaltano gli oggetti con cui Sarah può interagire. La complessità degli scenari, e soprattutto il buio, rendono infatti molto difficile individuare gli oggetti che possono contenere indizi preziosi per il proseguimento dell'avventura. In giro si trovano casse, messaggi che rivelano di pià sulla storia, armadietti, scrivanie e altri oggetti che vanno esaminati se si vuole proseguire.

Le barre luminose servono soprattutto a rinvenire le cosiddette reminescenze. Quando il giocatore entra in possesso di tutti i messaggi presenti all'interno del livello di gioco ecco che il sigillo viene rivelato: si tratta di una chiave che apre un portale che consente di accedere all'area successiva. Tutto molto semplice, insomma, all'interno di un titolo lineare che ben presto si rivela semplicemente un pretesto per spingere il giocatore a esaminare tutte le stanze, oltre che un pretesto per incutergli una paura dannata.

Se la prima location di gioco fila liscia in maniera tranquilla, a cominciare dalla seconda area, infatti, per ogni reminescenza individuata sale il livello di minaccia. Più è consistente questo parametro e più è probabile che Sarah si imbatta nelle cosiddette Ombre. Sono delle figure oscure e misteriose che provocano la morte del personaggio protagonista semplicemente osservandolo. Le Ombre appaiono casualmente all'interno delle location di gioco e sbucano improvvisamente dal buio. Il giocatore, durante la normale esplorazione, quando vede il livello di minaccia salire, comincia a preoccuparsi grandemente della possibile apparizione di queste minacce. E, quando succede, vi garantisco che anche il più resistente tra di voi proverà un brivido molto molto forte.

Daylight è pensato per essere giocato soprattutto con Oculus Rift. Il maggior livello di coinvolgimento dato dalla realtà virtuale, e il fatto di avere la sensazione di ritrovarsi proprio con un mostro davanti ai propri occhi da un momento all'altro, rendono Daylight praticamente ingiocabile, per quanta paura riesce a produrre sul giocatore. Quindi, iniziate pure a preparare il cambio di biancheria intima.

Ci sono due modi per sfuggire alle Ombre: scappare oppure usare il secondo degli accessori di cui prima parlavo, i bengala. Una volta acceso il bengala, infatti, l'Ombra si dematerializzerà istantaneamente, consentendo al giocatore di sopravvivere e di esaminare la stanza successiva. Le Ombre sono delle entità gestite in maniera piuttosto semplice, come il resto di Daylight, visto che appaiono e rimangono ferme davanti al giocatore, essendo dotate di scarsa, o nulla, intelligenza artificiale.

 
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