BioShock Infinite Burial at Sea: un triste funerale in mare

BioShock Infinite Burial at Sea: un triste funerale in mare

Diviso in due episodi, Burial at Sea è il contenuto di espansione per BioShock Infinite che consente di vivere una nuova storia che porta Booker ed Elizabeth a Rapture prima della sua caduta in disgrazia.

di Stefano Carnevali pubblicato il nel canale Videogames
 

Ritorno a Rapture

Chi legge con assiduità Gamemag, saprà quanto Bioshock Infinite mi abbia impressionato: a mio parere, infatti, si è trattato di uno dei tre migliori giochi (se non direttamente il migliore) della scorsa stagione. L’immaginario creato da Kevin Levine, infatti, oltre a essere un mondo credibile e regolato da regole realistiche e complesse, era un tributo/critica alla storia degli Stati Uniti d’America tutt’altro che superficiale. In questo mondo così ben studiato, si innestava una storia interessante – incentrata sulla tematica del paradosso temporale e della libertà dell’individuo – e si viveva uno shooter frenetico e adrenalinico.

Avevo adorato anche il primo Bioshock: Rapture e il suo ‘ecosistema’ ruotante attorno all’Adam e finalizzato al superamento di ogni limite umano, erano idee geniali e coinvolgenti tanto quanto Columbia. L’unico indubbio elemento di superiorità della città sulle nuvole, rispetto a quella sita nella profondità dell’oceano, restava il fatto di averla conosciuta all’apogeo del suo splendore (Rapture, invece, era stata attraversata solo dopo la sua caduta).

L’annuncio di Burial at Sea, quindi, mi aveva esaltato non poco: non potevo chiedere nulla di più che un ritorno a Rapture prima della follia collettiva che l’aveva devastata. Un’occasione, mi dicevo, per conoscere il funzionamento della città di Andrew Ryan durante il suo massimo splendore, quando le dinamiche dei Big Daddy e delle Sorelline erano ancore ‘lecite’ e sotto gli occhi di tutti i cittadini.

Compiere questo viaggio in compagnia di Elizabeth (che, in questo squarcio, in questa realtà parallela, veste i panni delle ‘femme fatale’ anni ’50) e impersonando Booker DeWitt, poi, sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta.

Infine, mi auguravo che questo primo approccio a un universo parallelo tra i numerosi creati da Elizabeth stessa, sarebbe stato utile anche per fare luce sui poteri dell’Agnello di Columbia, consentendo di avere qualche chiarimento anche su tutta la questione delle realtà alternative da lei create nel tempo e nello spazio.

E’ così colmi di fiducia che mi sono immerso in questo viaggio di ritorno a Rapture. Staccando ogni collegamento fisico col mondo reale, a ridosso di Natale, sono tornato nelle profondità dell’oceano. Sono tornato a passeggiare nell’utopica città di Andrew Ryan.

L’incipit mi ha immediatamente comunicato una confortante sensazione di dejà-vu: Booker, stordito dall’alcool, viene ingaggiato da un’avvenente ragazza dai fluenti capelli neri (certo: Elizabeth) per cercare una bambina scomparsa. Effetto analogo hanno causato le conversazioni tra il detective – completamente all’oscuro dell’identità della ragazza e di tutto quello che riguardava i suoi poteri – ed Elizabeth: continui richiami a un passato misterioso (ma non per il giocatore), fatto di una figlia perduta, di debiti di gioco e di tanto dolore. Booker, come se non bastasse, (ulteriore potente collegamento con Infinite), è reiteratamente vittima di una serie di allucinazioni: tutte inerenti alle vicende di Columbia e di Padre Comstock.

Dopo questo confortante inizio, arriva la prima occasione di mettere piede per le vie di Rapture. Ed eccomi catapultato nella città sotto l’oceano viva e pulsante: con i passanti che discutono tra loro delle possibilità fornite dai Plasmidi, della sconfitta (in questo squarcio avvenuta meno dolorosamente che nella realtà primaria) di Fontaine, dei fini di Ryan. L’incontro con una scolaresca di inquietanti Sorelline (disposte in formazione) e il poter assistere al lavoro di manutenzione – svolto all’esterno della città – da alcuni Big Daddy, mi ha effettivamente fatto correre qualche brivido lungo la schiena.

Sembrava davvero essere l’occasione di capire meglio i complicati equilibri di Rapture, di scoprire la vera dinamica dietro la ‘produzione’ delle Sorelline, di osservare l’impatto sociale di queste bambine sulla città, di analizzare una volta per tutte il ruolo dell’Adam. Il tutto completato dalla presenza di Elizabeth, che prometteva di fare ulteriore chiarezza sui misteri dietro Columbia, gli Squarci e i paradossi temporali.

Eccomi allora, in compagnia di Elizabeth e nei panni di Booker, cercare informazioni su Sally (altra) figlia dello stesso Booker, finita nelle grinfie dei ‘produttori’ di Sorelline.

Burial at Sea è composto da due grandi sezioni. La prima ci consentirà di girovagare per una porzione (molto limitata) della Rapture ‘civile’, la seconda ci spedirà nei decaduti Grandi Magazzini Fontaine.

Durante la prima parte del gioco, saremo in cerca di una maschera da coniglio: uno strumento che ci consentirà di accedere – come invitati – all’atelier del folle artista Sander Cohen (unico VIP di Rapture in grado, stando ad Elizabeth, di fornirci informazioni utili sul destino di Sally).

Ed è qui che cominciano i guai: questa sessione di gioco è di un piatto e scontato allucinante. In sostanza, si tratterà di fare visita a tre negozi ‘culturalmente elevati’, distrarre il gestore tramite un’interazione con Elizabeth, recarsi del retrobottega in cerca della maschera. Il tutto senza nessuna sfida siccome il negoziante non ci vedrà mai andare nel retrobottega e non sarà nemmeno una questione di rapidità: anche se Elizabeth dovesse esaurire tutte le proprie argomentazioni di conversazione, il commerciante non andrà mai in cerca di DeWitt. Successo assicurato, insomma. E siparietti piuttosto tristi e inutili. In più, a prescindere dall’ordine in cui visiteremo i tre negozi, la maschera sarà sempre trovabile solo nel terzo perquisito. Fastidioso.

Molto più interessante - e inquietante – l’incontro con Cohen (no spoiler!). Dopodiché sarà tempo di inseguire la piccola Sally nei magazzini Fontaine.

In questa seconda macro-sezione di BaS, riabbracceremo lo stile di Infinte, giocando uno shooter veloce e spietato, fatto di poca riflessività e nessuna gestione delle risorse (tutto quello che Booker raccoglie, a parte i proiettili, viene consumato seduta stante). Qualche plasmide nuovo e interessante, così come qualche arma davvero devastante, non sono sufficienti a rendere memorabile un’esplorazione che è molto breve e piuttosto lineare. Le vere note positive sono nel divertimento dato dai combattimenti e dalla precisione con cui è rappresentata la ‘scala alimentare’ di Rapture (i ricombinanti si combattono, i Big Daddy devastano tutti). Il tutto, poi, conosce una decisa impennata qualitativa nel finale e ha come culmine l’evocativo scontro finale.

 
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