The Bureau Xcom Declassified: di nuovo a caccia di alieni

The Bureau Xcom Declassified: di nuovo a caccia di alieni

L’America è sotto attacco. Dobbiamo presumere il peggio, ovvero la caduta del governo e di tutte le forze militari. I sovietici sono un lontano ricordo; il nemico è crudele, preciso, e conosce tutto di noi. Una sola struttura ed un solo uomo, contro l’ignoto.

di Gioacchino Visciola pubblicato il nel canale Videogames
 

L’America degli anni 60

L’atmosfera di gioco colpisce immediatamente chiunque provi il gioco. L’epoca d’oro Americana è ricreata in maniera maniacale, sposandosi perfettamente con i propositi del gioco. La paura dell’invasione, le auto, i vestiti, gli oggetti di tutti i giorni, le capigliature per noi assurde, le armi aliene…anche queste ultime, assenti all’epoca (questa la versione “ufficiale”), mantengono comunque un “non so che” di retrò e di terribilmente anni 60.

Il team 2k Marin sfoggia tutta la sua esperienza acquisita in Bioshock e nella creazione di Rapture, questo è certo. Dalle tranquille cittadine di campagna ai centri di potere Americani, sino a strutture tecnologicamente superbe, Xcom Declassified ha stile da vendere. Qualche detrattore potrebbe non essere contento del forte contrasto tra Sci-Fi e retrò, ma ai miei occhi questa forte divergenza non fa altro che aggiungere la sensazione di trovarsi in una sitcom aliena stile anni 60. I cliché ci sono tutti: omini grigi e malvagi, tecnologia umana ingombrante e vistosa, quella aliena spettacolare e miniaturizzata. Sono presenti anche i soliti, e per me fondamentali, “contrasti” tra tecnologie obsolete e moderne. Girare con uno zaino da Ghostbuster, mentre si parla al “cellulare”, è qualcosa di meraviglioso.

Se l’atmosfera ed il livello grafico di Xcom Declassified si presentano nel migliore dei modi, altri comparti tecnici soffrono un po’ troppo di alcuni problemi. In particolare mi riferisco alla sceneggiatura ed alla sua “esecuzione”. Voglio essere chiaro: i personaggi si muovono in maniera “corretta” il più delle volte, e le espressioni facciali durante le conversazioni esprimono lo stato d’animo dell’interlocutore o del protagonista in maniera adeguata. Ma vi sono imperfezioni. Più di una volta il pathos di una discussione è stato rovinato da un timing audio davvero fuori fase.

In altri frangenti, alcuni passaggi risultano più divertenti che altro a causa di un espressione un po’ troppo forzata da parte dei nostri interlocutori, per non parlare dei “tic” di alcuni personaggi (uno psicologo si preoccuperebbe non poco da quante volte Carter batte pugno e palmo).

Si tratta certamente di piccoli dettagli, ma che uniti ad uno script della storia non proprio “elettrizzante”, vi faranno perdere interesse per la narrazione.

Va comunque sottolineato l’ottimo lavoro svolto dai nostri doppiatori, rovinato in parte soltanto da qualche taglio maldestro, come anticipato qualche riga sopra.

 
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