Recensione The Last of Us: la nuova perla di Naughty Dog

Recensione The Last of Us: la nuova perla di Naughty Dog

Chi pensava che Uncharted rappresentasse un punto di arrivo per Naughty Dog dovrà ricredersi. L’ascesa di questo studio è inarrestabile, ogni nuova IP che viene messa sul mercato stupisce per la quantità di idee proposte e la qualità dell’intrattenimento offerto. Due protagonisti legati a doppio filo, una trama dal ritmo inaspettato e un gameplay che va a pescare tra i generi, sono soltanto alcune delle caratteristiche che ci consentono di collocare The Last of Us nel ‘gotha’ assoluto del videogioco.

di Davide Spotti pubblicato il nel canale Videogames
 

Joel: sintesi di un sopravvissuto

Non si può parlare di Joel senza discorrere dell’eccezionale incipit che contraddistingue il plot di The Last of Us e che traccia buona parte della psicologia del protagonista per il proseguo dell’avventura. La prima e fugace sequenza è collocata vent’anni prima rispetto ai fatti che verranno narrati di lì a breve, più precisamente nelle prime ore di diffusione dell’epidemia causata dall’Ophiocordyceps Unilateralis, un fungo della famiglia dei Cordyceps – peraltro realmente esistente – che si insedia nel cervello di alcune specie di insetti e si diffonde per via aerea. A causa di una sua mutazione, questo pericoloso parassita ha iniziato ad attaccare gli esseri umani, devastandone l’apparato cerebrale e riducendo le persone colpite ad uno stato di demenza che li rende aggressivi e notevolmente pericolosi per coloro che non sono ancora stati infettati.

Come dicevamo, non solo la fase iniziale è di capitale importanza per inquadrare il personaggio di Joel, ma rappresenta anche un tentativo unico nel suo genere di introdurre il fruitore all’interno di un universo di gioco che ancora non conosce. Solitamente in molti videogiochi, così come avviene in numerosi film, abbiamo a che fare con un incipit di basso profilo, un ritmo compassato ma costantemente in crescita, fino al raggiungimento del classico climax, che precede la conclusione dell’esperienza.

In questo caso Naughty Dog ha scelto di rompere completamente gli schemi e offrire fin dai primi istanti emozioni violente al giocatore, creando così un senso di distacco dall’abituale corso degli eventi che siamo soliti vivere nella maggioranza dei plot. Questo approccio viene solitamente evitato perché si presta a numerosi rischi, nel caso in cui l’evoluzione del racconto non sia particolarmente efficace.

E’ molto facile infatti che in questi frangenti le sequenze successive risultino troppo rallentate e discordanti rispetto alla situazione iniziale, apparendo di conseguenza insoddisfacenti per il fruitore. Un’interessante analisi che approfondisce quanto accade nei primi momenti di The Last of Us è stata proposta sulle pagine di Gamasutra da Adrian Chmielarz, creative director di People Can Fly (Painkiller, Bulletstorm). Il leader dello studio polacco ha preso spunto da questa sperimentazione di Naughty Dog per ricollegarsi ai rischi di abbandono precoce di un titolo da parte del giocatore, dovuti al calo dell’interesse. Una fase di apertura di tali proporzioni instilla infatti una fortissima aspettativa nell’utente. Peraltro, dal momento che per ovvi motivi l’intensità non può rimanere la medesima per tutto il tempo, o addirittura intensificarsi ulteriormente, il risultato più plausibile è che si percepisca un consistente attenuamento del pathos.

In The Last of Us gli esiti della fase che segue il prologo sono parzialmente spiazzanti. Gli eventi ai quali si assiste, i primi dialoghi, l’introduzione dei personaggi di Joel e della sua ‘socia’ Tess, appaiono meno intensi di quanto ci si potrebbe aspettare. E’ una sensazione perfettamente fisiologica, alla luce della ricostruzione che abbiamo appena svolto. Al contempo, questo escamotage consente di catalizzare l’interesse del giocatore dapprima sull’interattività, offrendogli così la perfetta dimensione di un approccio crossover che attinge da vari generi, come capirete più avanti.

Delineata con forza la psicologia di Joel e indicata la strada anche per quella che sarà l’evoluzione del rapporto con la giovane Ellie, l’ottimo livello complessivo dell’intera produzione permette di mantenere comunque il giocatore incollato allo schermo, a prescindere dai primi momenti di empasse che seguono il prologo. Da lì in avanti sarà un crescendo costante, che renderà soprattutto la seconda parte di questo titolo una delle più continue e intense che siano mai state realizzate in un videogioco.

Nel momento in cui lo ritroviamo, invecchiato di vent’anni, Joel non sembra esattamente il prototipo della persona con cui poter intrattenere facili rapporti. Nel tempo ha dovuto scendere a compromessi con le difficili condizioni causate dall’epidemia, riuscendo a fatica a scacciare i pesanti fardelli del passato. Traffico di droga e di armi nei pressi delle zone di quarantena sono solo alcuni dei dettagli “loschi” che ci vengono raccontati, da quelle poche frasi telegrafiche che esprimerà in seguito agli insistenti e ripetuti quesiti che gli vengono posti dalla giovane ragazzina che porta con sé.

Pur avendo carisma e sangue freddo da vendere, Joel non risulta avvezzo alla leadership, è tendenzialmente un solitario, che interagisce con altre persone più per necessità che per reale convinzione. Questo fattore si rifletterà sul suo primo approccio con Ellie e creerà un clima di tensione e disagio, perfettamente inquadrato alla luce del prologo di cui abbiamo parlato poco sopra. Per tutti i mesi che sono trascorsi tra l’annuncio ufficiale – avvenuto nel corso degli Spike Videogame Awards del 2011 – e la release, si sosteneva che il protagonista maschile di The Last of Us fosse molto simile a Nathan Drake nell’aspetto e nelle reazioni. Sensazioni che, dopo aver completato il gioco, si dimostrano davvero lontane dalla realtà. I due personaggi sono infatti radicalmente diversi tra di loro, per il background socio-culturale oltre che per indole ed espressività.

 
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