Resident Evil 6: la quantità vince sulla qualità

Resident Evil 6: la quantità vince sulla qualità

Nel mondo dei videogiochi, una delle critiche che viene più comunemente spesa contro gli autori delle ‘grandi saghe’, è quella di avere poco coraggio. Raggiunto il successo, si dice, gli sviluppatori hanno paura di spezzare l’incantesimo, preferendo – capitolo dopo capitolo – proporre al pubblico semplicemente un ‘more of the same’ del gioco che ha convinto il pubblico.

di Stefano Carnevali pubblicato il nel canale Videogames
Resident Evil
 

Tanta carne al fuoco

Leon ed Helen, Jake e Sherry, Chris e Piers. Con le ingerenze di Ada Wong. Questa il nutrito equipaggio, con cui ‘navigare’ l’avventura proposta da RE 6. Che si rivela essere di dimensione mondiale.

Difatti, nel futuro prossimo (fine 2012, inizio 2013), il mondo sta attraversando una profonda crisi legata al bio-terrorismo. Una forza terroristica chiamata New Umbrella, sta foraggiando tutte le tensioni locali del mondo, vendendo alle diverse fazioni armi biologiche (veri e propri mostri), fiale di virus T (insomma, quello classico) in grado di ‘zombificare’ chi viene contagiato e il nuovo virus C (che trasforma gli infetti in J’Avo– una sorta di zombie maggiormente intelligente, in grado di usare armi e attaccare con coordinazione - e rende le armi biologiche mostri in continua mutazione).

In questo contesto, Adam Benford, il Presidente degli Stati Uniti, decide di rivelare tutta la verità sugli incidenti del 1998 a Raccon City. Nella speranza che tutto ciò possa portare il mondo intero a dare una decisa ‘frenata’ ai bio-armamenti. Il Presidente, però, rimane vittima di un attacco terroristico e sarà il suo amico e bodyguard Leon Kennedy a doverlo terminare, una volta che si sarà trasformato in uno zombie. Leon, subito dopo, si unirà ad Helena Harper (esponente dei servizi segreti), per capire chi ci sia dietro l’attentato riuscito al capo dello Stato.

In parallelo, seguiremo la missione di Sherry Birkin (la spaurita ragazzina che incontrammo a Raccon City, in Resident Evil 2), agente governativo della Division of Security Operations, che si metterà sulle tracce di Jake Muller, un mercenario slavo che sembra immune al virus C (dal suo sangue si potrebbe ottenere un antidoto).

Ci sarà anche Chris Redfield, capitano ‘decaduto’ delle forze internazionali della Bio-Terrorism Security Assessment Alliance, in campo. Assieme al commilitone Piers Nivans, tornerà in azione, nelle zone calde dell’Europa dell’Est, dove forze antigovernative non si fanno scrupolo nell utilizzare armi biologiche. Trasversalmente, poi, si aggira la misteriosa Ada Wong, sempre a metà strada tra il bene e il male.

Le vicende dei 7 protagonisti, come ovvio, si intersecheranno in numerose situazioni, andando ad affrescare la complessa e articolata trama di RE6. Il complotto è globale e non ci sono più zone sicure nel mondo: questo manipolo di eroi risulta essere l’unica speranza di sopravvivenze par il genere umano.

Effettivamente, i presupposti per una vicenda ricca e interessante ci sarebbero anche, ma, alla prova dei fatti, le cose non funzionano fino in fondo.

Le vicende dei protagonisti si intrecciano piacevolmente. Ma nemmeno questo è un espediente sufficiente a renderle davvero interessanti. I drammi che gli eroi di RE 6 attraversano, non riescono a coinvolgere il giocatore. Leon e compagnia passano indenni attraverso le peripezie più mirabolanti, uscendone sempre indenni, mentre il mondo attorno a loro crolla e si corrompe. I cliché per cui tutti gli amici, i parenti e i compagni dei protagonisti vengono abbattuti, così come ogni PNG che cerca di aiutarli, si ripresentano in tutta la loro scontata monotonia. E, così, non si crea empatia. Perché dovremmo commuoverci per il processo degenerativo ‘trito e ritrito’ di qualche personaggio incontrato da pochi minuti? E che ansia può generarsi, rispetto agli eroi, quando pare subito chiaro che – volente o nolente – essi sopravviveranno fino all’ultimo istante? Tanto più che, per lunghi tratti, l’intero plot risulterà fin troppo nebuloso. Anche per via della possibilità di giocare le singole avventure nell’ordine preferito, non secondo esigenze di narrazione.

 
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