Max Payne 3: un ritorno atteso undici anni

Max Payne 3: un ritorno atteso undici anni

Recensione della versione Xbox 360 del videogioco di Rockstar sul popolare personaggio che ha l'abilità di rallentare il tempo. A seguire arriverà un articolo di approfondimento sul motore grafico e sulla versione PC di Max Payne 3.

di Jonathan Russo pubblicato il nel canale Videogames
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Una calda giornata d'inferno

A parte l’ambientazione, tutte le caratteristiche che hanno sempre contraddistinto Max Payne sono presenti in copia carbone nel gioco targato Rockstar. Come dicevamo prima, senza alcun dubbio c’è Max, ed è proprio lo stesso Max di una volta… solo molto invecchiato. Non è tanto una questione fisica, comunque visibile da qualche ruga in più e dai lineamenti più duri e accentuati, quanto psicologica.

Il Max che vedremo a Sao Paulo è un uomo completamente distrutto, ciò che rimane dopo il dolore e i tradimenti patiti nei precedenti capitoli, quando l’ex sbirro di New York ha faticosamente vendicato la morte di sua moglie e sua figlia. Come in passato, ad accompagnare la narrazione del gioco saranno i costanti monologhi interiori del protagonista, che sapranno subito metterci a nostro agio: quel noir hard boiled che ha affascinato centinaia di migliaia di fan, undici anni fa, è rimasto sostanzialmente inalterato nonostante il cambio di clima dalla fredda Grande Mela al caldo Brasile. In realtà, lo spaesamento di Max che a Sao Paulo si trova ovviamente come un pesce fuor d’acqua, a suo modo va a creare un’ambientazione particolare e originale.

La differenza però rimane forse troppo marcata per chi ha giocato e vissuto all’epoca l’esperienza dei primi due giochi, e lo stacco è ancora più plateale in alcune missioni-flashback ambientate proprio a New York (missioni che mostrandoci qualche scorcio del passato ci mostreranno di preciso come mai Max Payne ha lasciato la sua città). In tutta onestà, questi brevi livelli non potranno non far rimpiangere che anche il resto del gioco non sia rimasto nella sua naturale collocazione, tra strade buie, tetti innevati, metropolitane e grattacieli. Stati Uniti o Brasile, comunque, l’importante è che il personaggio di Max sia proprio quello che ci aspettavamo, e come già detto è proprio così.

Piegato dal dolore e dai rimorsi, il nostro sbirro è diventato a tutti gli effetti un alcolizzato: nel corso di tutto il gioco lo vedremo correre verso la classica bottiglia di bourbon fino a perdere conoscenza, e anche la grafica è stata sviluppata con qualche trucco per farci capire che il più delle volte Max è tutt’altro che sobrio e attento (ad esempio sono molto frequenti dei “flash” sullo schermo, o delle improvvise perdite di messa a fuoco e così via).

Come era abbastanza immaginabile, ad andarsene sono state le scene raccontate tramite i pannelli a fumetti. Max Payne 3 ha un taglio più classicamente cinematografico, con il motore del gioco che gestisce anche le scene di intermezzo. L’addio ai comics è un peccato, perché sicuramente aggiungevano un sapore particolare ai precedenti capitoli (e non dimentichiamo che, con quello che può sembrare un trucco per risparmiare sulla realizzazione tecnica del gioco, in realtà Mp 1 e 2 godono col senno di poi di un vantaggio non da poco: la sua narrazione non è per nulla invecchiata ,dato che si basava solo sull’artisticità dei fumetti e non sulla tecnologia ormai obsoleta della grafica di allora).

Anche senza i balloon, è ovvio che Rockstar ha impiegato ogni sforzo possibile per restare fedele allo spirito narrativo dei primi due titoli. Come già dicevamo questa cosa traspare con forza dall’io narrante di Max, che si esprime nello stesso modo cinico ma non privo di ironia dei primi due Max Payne, senza lesinare le metafore colorite da frequentatore dei peggiori bar di New York, ma senza mai arrivare ai toni esageratamente spacconi del classico eroe da action movie. Anche i dialoghi con gli altri personaggi, pur avendo un ruolo meno marcato dei monologhi di Max, sono curatissimi anche se in generale mancano alcune trovate grottesche e sopra le righe della Remedy (ve lo ricordate Frankie “The Bat” Niagara?).

In effetti c’è da dire che questo terzo Max Payne abbandona un po’ il genere noir per spostarsi più sull’action. Il riallineamento non è brutale, e anzi il gioco resta sostanzialmente sul filo tra i due generi, ma complice il cambio di ambientazione non si può fare a meno di notare che il nuovo Max Payne concede più agli effetti speciali di quanto non faccia con la trama.

Da questo punto di vista, poi, bisogna tenere presente che la storia inizia in un modo molto impersonale per Max: senza volervi anticipare nulla, a differenza dei primi due giochi (del primo in particolare), la vicenda in cui rimane impigliato questa volta il nostro eroe non ha nulla di intimo, non è una vendetta privata ma un “semplice” lavoro che Max vuole svolgere nel migliore dei modi per un misto tra senso del dovere e spinta a fare quello che riesce a fare meglio. Il Max che conosciamo noi, però, è sempre stato mosso dalla vendetta, alimentata dal non avere più niente da perdere. Questa differenza tra i precedenti giochi e il nuovo è sottile, ma comunque percepibile, specie quando la narrazione cerca di spacciare le vicende in corso per qualcosa di emotivamente importante nella psicologia del protagonista.

 
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