Gray Matter: Jane Jensen e il ritorno alle avventure grafiche

Gray Matter: Jane Jensen e il ritorno alle avventure grafiche

A dodici anni dal suo ultimo capolavoro, Jane Jensen torna finalmente con una nuova avventura grafica. Sono passati i tempi della Sierra e di Gabriel Knight, la splendida trilogia firmata proprio da Jensen negli anni ’90, e questo nuovo progetto cerca di mischiare l’antico e il nuovo proponendo un sistema di gioco ormai destinato solo agli appassionati a una nuova storia e dei nuovi personaggi.

di Jonathan Russo pubblicato il nel canale Videogames
 

La storia

E’ difficile parlare della trama di Gray Matter senza correre il rischio di rovinare la sorpresa a chi ancora lo deve giocare, per cui ci limiteremo a qualche osservazione generale. La prima cosa da far notare è che rispetto ai Gabriel Knight, questo titolo racconta una vicenda più personale e molto meno connotata da elementi storici. Ricorda sicuramente più il primo Gabriel Knight che gli altri due, dove la Jensen era andata a scomodare (con ottimi risultati e splendidi approfondimenti) Ludwig II di Baviera, Wagner, Gesù Cristo, la dinastia Merovingia, l’abate Saunière e le teorie complottiste sul Priorato di Sion.

Gray Matter è principalmente la storia del neurobiologo David Styles, dell’incidente che ha cambiato la sua vita e dei suoi esperimenti sulla psiche umana: in particolare su quella parte del cervello “addormentata”, che se adeguatamente stimolata potrebbe forse svelare capacità incredibili di interazione con il mondo circostante. Gray Matter è anche una sorta di storia d’amore maledetto e di fantasmi, e un po’ più marginalmente la storia di Samantha e del suo desiderio di trovare il misterioso Daedalus Club.

Narrativamente Gray Matter fa il suo dovere, e riesce a costruire tensione e curiosità abbastanza da tenersi stretto il giocatore nonostante la quasi totale assenza di sfida nel gioco. Purtroppo avvicinandosi al finale cominciano a rendersi evidenti i problemi: pur essendo ben raccontata, la storia in sé è piuttosto limitata, priva di colpi di scena, con un finale che si comincia a intuire in modo davvero chiarissimo fin da metà gioco. I tentativi di mischiare le carte e confondere il giocatore, per lasciargli il dubbio su cosa sta per succedere, sembrano piuttosto goffi. Non manca, una volta portato a termine il gioco, anche una serie di buchi nella sceneggiatura della vicenda che risultano davvero inspiegabili contando che appunto la storia non è certo convoluta o complessa.

Buona parte di queste critiche però sono anche il frutto di un’elevata aspettativa considerando che tutto si può dire dell’autrice di Gray Matter, tranne che non sia in grado di confezionare storie affascinanti. Questo suo ultimo titolo (il cui sviluppo travagliato ha avuto inizio, sottolineiamo, nel 2003) è però molto distante dall’impostazione che ha reso celebri i suoi precedenti giochi: manca quasi del tutto l’approfondimento storico-folkloristico sull’ambientazione e il tema del gioco (fatti salvi pochi accenni ai poteri psichici e qualche targa sparsa in giro per i luoghi principali di Oxford), e manca quella voglia di raccontare qualcosa di un po’ più ampio di una “semplice” ghost story, così come ad esempio Gabriel Knight 2 non era una semplice storia di lupi mannari e il 3 non era una semplice storia di vampiri.

Se si va al di là di queste aspettative, comunque, Gray Matter è un gioco che dal punto di vista narrativo può essere certamente apprezzato, ma sembra più il prodotto di uno scrittore esordiente con delle buone idee che di una professionista affermata con diversi trofei in bacheca.

 
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